Recensione Mute: il film di Duncan Jones dedicato al padre David Bowie

Recensione Mute: il film di Duncan Jones dedicato al padre David Bowie

Mute è il quarto film di Duncan Jones che dall’impianto puramente fantasy di Warcraft, trasposizione di discutibile fattura, passa nuovamente alla fantascienza. La pellicola è arrivata ufficialmente sulla piattaforma di streaming Netflix lo scorso 23 febbraio. Duncan Jones è sempre stato un cineasta che ha proposto film autentici, sperimentali e azzardati ma anche avvincenti, tranne nel caso di Warcraft che ha spaccato a metà l’opinione del pubblico.

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Paul Rudd

Tuttavia con questo nuovo film si ritorna su binari validi, anzi nella stesura di uno script alquanto singolare rispetto ai suoi standard, dalle premesse facili da capire. Durante la prima parte del film ci si sofferma molto nella scoperta del personaggio principale, molto ben caratterizzato. Poi avviene qualcosa, vi è uno stacco netto dopo la prima ora di film che porta gli spettatori a rinsavirsi e rimanere con gli occhi incollati allo schermo. Mute ha un ritmo tutto suo, un ritmo ricercato perché va presentando personaggi agli antipodi che parlano a stento o reagiscono in maniera eccessiva, comunicano poco o esprimono troppo. Fa tutto parte del gioco, in modo tale da inquadrare perfettamente gli interpreti che legheranno in qualche modo fra di loro inesorabilmente.

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Justin Theroux

Un noir sci-fi ambientato in una Berlino del 2050

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In Mute veniamo catapultati in una Berlino di un futuro prossimo non precisato, che ricorda molto quella di Blade Runner di Ridley Scott, dove il mercato della prostituzione si espande a macchia d’olio. La tecnologia qui impiegata non è tanto avveniristica, gli aspetti fantascientifici rimangono volutamente in secondo piano in favore di interpreti capaci, regolati che sanno quando esprimere tutto il loro potenziale sotto la direzione clinica di Jones. E’ una lotta personale di un barista amish muto interpretato da Alexander Skarsgard, alla ricerca dell’amore della sua vita, niente di più, niente di meno. Ciò che conta però sono le figure secondarie che ruotano attorno a lui, una coppia strabiliante formata dal duo Paul Rudd e Justin Theroux. Un Paul Rudd nella migliore interpretazione della sua carriera. I due andranno ad interpretare dei chirurghi americani, ex veterani, che cercano in qualche modo di ambientarsi in questo mondo fatiscente. Le loro figure sono molto particolari e legano perfettamente con tutto quello che è il mondo esterno, gli aspetti ed i costumi. Anche in questo caso le loro figure saranno collegate inesorabilmente con il mondo della prostituzione.

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Un film affascinante e tra i più completi di Jones dopo Moon

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Alexander Skarsgard

Abbiamo già detto che la tecnologia qui viene messa da parte, non influenzerà pesantemente il cammino dei personaggi anche perché il protagonista muto dovrà farsi capire scrivendo su un piccolo taccuino. Vi è ancora un’idea di recitazione, viva, pulsante, calibrata che rappresenta l’aspetto più solido e riuscito dell’intera produzione e non dando troppo peso all’effettistica. Duncan Jones, a parte qualche transizione efficace, un movimento di camera sinuoso per descrivere in maniera accurata la location ricreata in studio, lavora per sottrazione. Non vuole spettacolarizzare sulle scene d’azione ma anzi, sotto i nostri occhi, vuole preparare un’impalcatura stabile per portare in scena un gioco di vedo e non vedo, un’alternanza di credo e mi ricredo e focalizzandosi sulla dualità di attori eccezionali nel ruolo che ricoprono. In tutto questo la musica di sottofondo inizialmente accennata, volutamente scarna, acquista improvvisamente vigore in una seconda parte dal notevole impatto emozionale. Lo definiremmo il film più completo di Jones dai tempi del suo esordio, ovvero Moon. Nel corso del film, ci sarà proprio un piccolo cameo del protagonista di Moon, Sam Rockwell, che recupera il suo personaggio con una gag davvero esilarante. Quindi c’è anche un’idea di Jones di inserire l’universo di Moon all’interno di questa pellicola noir e fantascientifica di Mute. Probabilmente questo film al cinema non avrebbe avuto lo stesso successo soprattutto per la durezza di certi temi e certe scene.

Conclusione

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Seyneb Saleh

Mute entra a gamba tesa scombinando le aspettative del suo pubblico, un pubblico amante del nudo, puro e crudo sci-fi metropolitano o a tinte noir. Si lavora sugli elementi che ruotano attorno al genere, si sfruttano per imporre una storia dal ritmo ponderato che si prende il suo tempo, per poi rilasciarlo a piena potenza alla schiera di interpreti che bucano letteralmente lo schermo e sulle performance dei protagonisti maschili non si può dire assolutamente nulla. Assolutamente consigliato, riservandosi un posto in prima fila nella categoria film preferiti di quest’anno.

 
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