banda ultra larga

Se ne parla ormai da anni, ma a che punto è il piano nazionale per la diffusione della Banda Larga nel nostro Paese? I numeri sembrano lasciar spazio al pessimismo, perché a ben vedere i target periodici non sono stati rispettati e, soprattutto, non c’è stato il cambio di marcia degli utenti, che continuano a “navigare” a vista.

La banda larga in Italia. Come si può vedere sul portale del Ministero dello Sviluppo Economico dedicato all’attuazione del Piano Strategico Banda Ultra Larga, ad oggi soltanto nel 40 per cento delle aree territoriali d’Italia è attiva una connessione di velocità a 30 Mbps, mentre quella che si estende a 100 Mbps è limitata appena all’11 per cento dello Stivale. Percentuali molto basse in assoluto, ma soprattutto se confrontate con le stime iniziali del progetto.

I numeri della diffusione. Per citare un dato, entro il 2018 la copertura della linea veloce a 30 Mega dovrebbe raggiungere il 71,2 per cento del Paese, mentre quella a 100 Mega dovrebbe toccare quota 23,2 per cento: allo stato (e viene da dire stallo) attuale è difficile che i target siano centrati, anche perché il ritmo avuto negli ultimi anni è stato piuttosto lento, nonostante l’entrata in scena di operatori telco che hanno ampliato la scelta per gli utenti.

Più opzioni per gli utenti. Il mercato di Internet in Italia al giorno d’oggi offre infatti un’ampliata possibilità di opzioni per privati e imprese, che hanno a disposizione nuove soluzioni di connettività, fissa o mobile; oltre alla “classica” tecnologia Adsl che comunque resiste, bisogna citare gli investimenti sulla fibra ottica, che “allarga” la banda, così come le alternative sviluppate da aziende come Eolo, che ha puntato su un’infrastruttura wireless per offrire contratti di Adsl senza linea telefonica ma con velocità elevata.

Si punta poco sulla velocità. Eppure, oltre alle difficoltà strutturali del Paese – e a un rischio di “digital divide” che ancora permane – bisogna anche notare come gli stessi consumatori sembrano ancora poco interessati ai nuovi approdi di Internet e si accontentano, per così dire, di una navigazione a bassa velocità, che stride invece con la tendenza che si riscontra nel resto d’Europa e del Mondo.

Il confronto tra Italia e Svizzera. Per fare un esempio, le ultime stime segnalano che solo una famiglia su quattro in Italia ha attivato un contratto con fornitura di accesso al Web a banda larga (ovvero, di velocità superiore ai 10 Mega), mentre in Svizzera la situazione è esattamente all’opposto: nel Paese nostro confinante, infatti, il 75 per cento delle persone ha optato per una navigazione più rapida e performante.

I rischi di digital divide. Il problema, dunque, riguarda anche le scelte dei consumatori finali, e non più soltanto l’infrastrutturazione del territorio: gli investimenti e i piani, portati avanti sia a livello pubblico che dagli operatori privati, hanno in qualche modo consentito la diffusione della copertura, anche se i rischi di digital divide, come detto, sono ancora presenti in alcune zone.

Non escludere nessuno. In particolare, l’attenzione è rivolta soprattutto verso i circa settemila comuni inseriti nei cosiddetti cluster C e D, ovvero i piccoli e medi centri abitati che raggruppano il 37 per cento della popolazione italiana e che hanno già subito gli effetti di un ritardo di connettività e che rischiano di arrivare ultimi anche nella corsa a Internet veloce.