Ennesima bufala su un argomento di attualità che ha scosso milioni di italiani a seguito del servizio andato in onda sul programma televisivo Le Iene. Circola su WhatsApp un altro allarme Blue Whale, stavolta completamente falso e infondato.

Nel testo del messaggio/catena si legge quanto segue: “ATTENZIONE Il blue while sta girando anche su WhatsApp non è uno scherzo , se vi contatta e vi esce una chat con scritto “blue while” non rispondete perché basta una sola parola e ti minacceranno e assilleranno fin quando non starete al gioco e vi blocca scheda e cellulare ma se non risponderete vi lascerà in pace …passate parola!!”.

Soltanto il fatto che l’ideatore del messaggio sbagli subito la parola “Blue Whale” chiamandola “blue while” – oltre all’italiano decisamente sconnesso che prosegue per tutto il testo – dovrebbe far scattare qualche campanello d’allarme nella testa dei lettori, quantomeno per la preparazione culturale dell’autore nell’anno 2017. Battuta a parte, è letteralmente impossibile che un semplicissimo messaggio di testo inviato tramite WhatsApp sia in grado di bloccare un cellulare. Inoltre, nel caso in cui ci siano persone intente a molestarvi tramite l’applicazione di chat, potete tranquillamente utilizzare il tasto “blocca” per risolvere il problema in modo semplice ed immediato.

Ad ogni modo c’è un elemento ancora più grave che si cela nell’ennesima bufala sventata, ovvero il fatto che il fenomeno del Blue Whale sia diventato un argomento di tendenza: dopo il servizio svolto dal programma Le Iene tutti i mezzi di informazione hanno pubblicato dettagli sul fenomeno, creando una grande eco mediatica che ha scatenato le polemiche più plateali nel popolo del web.

Parlare del fenomeno al puro scopo di informare è ovviamente doveroso, ma le polemiche scatenate nella community del web si sono concentrate su dettagli un po’ troppo puntigliosi, ovvero la sua origine: sembra che il Blue Whale non esista, o meglio sembra che in principio fosse solo una leggenda metropolitana, successivamente trascritta sul web e conseguentemente letta da una community di ragazzi disagiati i quali, affascinati dalla leggenda, hanno deciso di emulare tali atti per sentirsi degli “eroi”. Questo dettaglio ha fatto sì che numerosi blog e testate fossero accusati dai lettori di pubblicare notizie imprecise (come se i suicidi non fossero mai avvenuti), allontanando l’attenzione sul reale scopo di tali articoli, ovvero quello di allertare per prevenire altre follie.

A prescindere dalle sue origini, quindi, il Blue Whale è attualmente diventato realtà e il fatto di chiamare “gioco” una lista di azioni che culminano con il suicidio oltre alla pubblicazione integrale delle sue regole non ha certo giovato a fermare tale pazzia, ma ne ha solo aumentato il rischio di emulazione.

Ad ogni modo è a dir poco deplorevole che determinate “persone” dalla psicologia evidentemente instabile soddisfino il loro egocentrismo inviando Catene di Sant’Antonio tramite WhatsApp, ma c’è chi sceglie addirittura di lucrare su un tema così scottante e delicato pubblicando interi articoli bufala su “vittime immaginarie” in Italia solo per guadagnare click e visualizzazioni. Per questo tipo di persone non esistono appellativi.



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