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Nuova vicenda legata a Diego Dzodan, vicepresidente Facebook per l’America Latina, arrestato nelle scorse ore in Brasile con l’accusa di non aver collaborato con gli enti investigativi brasiliani in merito all’utilizzo di WhatsApp da parte di alcuni membri del narcotraffico sospettati di utilizzare il servizio di messaggistica istantanea di proprietà di Facebook per scopi illeciti e scarcerato grazie ad una nuova disposizione di un giudice brasiliano con la motivazione di detenzione “illegale” motivata dal fatto che al momento dell’arresto non fosse in essere alcun processo o un’inchiesta a carico del dirigente, né esistano prove che lo accusino di aver agito per ostacolare gli inquirenti.

Diego Dzodan, numero due di Facebook per l’America Latina era stato prelevato dalle forze dell’ordine addirittura mentre si stava recando sul luogo di lavoro ed interrogato in merito alla mancata collaborazione ed un ordine giudiziario che obbligava Facebook a rivelare informazioni e messaggi trasmessi attraverso WhatsApp, di proprietà proprio del social di Mark Zuckerberg.

Facebook era già stata accusata di mancata collaborazione e bloccata in Brasile lo scorso anno per 48 ore sempre per la vicenda del narcotraffico, rea secondo il Governo brasiliano di mancata collaborazione, essendosi rifiutata di fornire dati sensibili dei propri utenti e dei messaggi scambiati tra loro agli inquirenti e successivamente multata con una sanzione di oltre 230 mila euro.

Facebook e WhatsApp hanno dichiarato che anche volendo, non avrebbero potuto collaborare più di quanto già fatto con gli enti investigativi brasiliani, motivando così la propria posizione:

“Siamo molto delusi del fatto che l’applicazione della legge sia arrivata a questo punto estremo. WhatsApp non può fornire informazioni che non ha. Abbiamo collaborato al massimo delle nostre capacità in questo caso e se da una parte rispettiamo il lavoro importante delle forze dell’ordine, dall’altra siamo fortemente in disaccordo con la loro decisione. Non siamo in grado di fornire informazioni che non abbiamo, la polizia ha arrestato qualcuno su dati che non esistono. Inoltre, WhatsApp e Facebook funzionano in modo indipendente, quindi la decisione di arrestare un dipendente di un’altra società è un passo estremo e ingiustificato. Non possiamo commentare questa indagine specifica, se non per dire che abbiamo collaborato per quanto abbiamo potuto vista l’architettura del nostro servizio WhatsApp non memorizza i messaggi delle persone. Li trattiene fino a che non vengono consegnati, dopo esistono solo sui dispositivi degli utenti. Inoltre abbiamo messo in atto un forte sistema di crittografia ‘end-to-end’, che significa che i messaggi delle persone vengono protetti dai criminali online. Nessuno, nè WhatsApp o chiunque altro può intercettare o compromettere i messaggi degli utenti”.

In attesa di conoscere il vostro pensiero sull’accaduto, continueremo a seguire la vicenda, così come quella legata alla battaglia legale tra Apple ed FBI sempre in tema di privacy e richieste sempre più pressanti dei Governi di accedere ai dati personali digitali degli utenti.

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