In questi ultimi giorni nella mailing list di Google è comparso un documento che ha coinvolto il colosso di Mountain View al centro di una vera e propria tempesta di polemiche: il testo porta il titolo di “Google’s ideological echo chambers” e tratta argomenti decisamente sessisti.

L’autore del documento è un dipendente rimasto anonimo, un senior software engineer che ha chiesto al colosso californiano di incentivare la “diversità ideologica” sottolineando che alla base della scarsa presenza femminile nel settore tecnologico vi è “una causa biologica, poiché le donne hanno una maggiore inclinazione verso i sentimenti e l’estetica piuttosto che verso le idee, per questo preferiscono lavori in ambito sociale o artistico […] tendono a essere più interessate alle persone, piuttosto che alle cose, sono più ansiose e soggette a stati di psicosi”, mentre – sempre secondo l’ingegnere – gli uomini sarebbero migliori in questo ambito: le loro attitudini naturali li mettono in grado di diventare programmatori migliori […] hanno un’interesse maggiore per lo status e tendono così a raggiungere più facilmente posizioni di leadership”.

Dulcis in fundo, il dipendente parla anche di minoranze etniche: “Piuttosto che fornire programmi di integrazione per le minoranze etniche o di genere, Google dovrebbe fare in modo che i dipendenti possano sentirsi a loro agio nell’esprimersi”.

Com’era facilmente prevedibile, simili affermazioni hanno infuocato nuovamente le polemiche già presenti riguardo le discriminazioni di genere presenti nella Silicon Valley: non a caso le ultime statistiche hanno reso noto che in questi ultimi tempi i colossi tecnologici hanno assunto molti più uomini bianchi e asiatici rispetto a donne e altre minoranze.

Il documento è trapelato anche su Twitter ed è diventato subito virale, al punto che il nuovo vice presidente della diversità e dell’inclusione di Google, Danielle Brown, ha deciso di inviare un’email a tutti i dipendenti, affermando che l’autore del documento ha “avanzato supposizioni erronee sul genere e non è un punto di vista che io o questa società sosteniamo, promuoviamo o incoraggiamo. Cambiare una cultura è difficile, spesso scomodo. Tuttavia, per costruire di un ambiente aperto, inclusivo va promossa una cultura in cui anche chi ha punti di vista alternativi, anche politici, si senta libero di esprimere la sua opinione”.

Ad ogni modo i fatti rimangono quelli attuali, dato che al momento la stessa Google è impegnata con il dipartimento del Lavoro americano proprio a causa di una disparità di compensi tra uomini e donne: in pratica il progresso avanza, ma la mentalità rimane la stessa.

FONTELa Repubblica
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